Quando il gioco diventa silenzio: storie di caduta e rinascita al Centro Gioco d’Azzardo Patologico


Ci sono silenzi che pesano più di qualsiasi parola. Sono i silenzi di chi torna a casa con il cuore pieno di paura, di chi evita uno sguardo, di chi promette che sarà l’ultima volta. 

Il gioco d’azzardo patologico non inizia con una puntata: inizia con una crepa invisibile, con una fragilità che cerca una via di fuga. E quando ci si accorge di essere caduti nel vortice, spesso sembra troppo tardi per chiedere aiuto. Eppure, è proprio nel momento più buio che può nascere il coraggio di rialzarsi. La storia che segue è quella di un uomo che ha trovato la forza di fermarsi e chiedere aiuto. La sua voce racconta la fatica, le cadute, la vergogna e la rinascita. Ma dietro ogni percorso di recupero c’è anche un lavoro silenzioso, quotidiano e multidisciplinare: quello di professionisti che accolgono, ascoltano e accompagnano. 

Dopo la sua testimonianza, è la psicologa Fabiola Lucente a raccontare cosa significa entrare nel mondo del Gioco d’Azzardo Patologico e camminare accanto a chi ha deciso di ricominciare.

Arrivavo da un periodo molto complicato a causa di una forte dipendenza da gioco, ormai avevo perso la speranza di aiuti concreti, di come poter uscire da questo brutto vortice, ma alla fine con coraggio mi sono rivolto al Centro Gioco d’Azzardo Patologico. Ho trovato finalmente un posto e delle persone che hanno creduto in me, iniziando un percorso duro, lungo, fatto di sacrifici, di ricadute, ma grazie a tutto l’équipe che mi ha sempre sostenuto e incitato a non mollare, finalmente ho fatto un grosso passo avanti. Oggi mi sento un altro, più maturo e consapevole che la strada ancora è lunga, ma grazie a queste persone, professionisti del settore si può uscire da questo incubo. Non finirò mai di ringraziare tutto il centro Gap e se qualcuno ha bisogno di un aiuto concreto per qualsiasi dipendenza loro sono veramente il top.


Entrare nel mondo del GAP significa, per una psicologa, spogliarsi dei pregiudizi e prepararsi a incontrare una sofferenza che spesso si nasconde dietro il silenzio e la vergogna, racconta Fabiola Lucente. La dipendenza da Gioco d’Azzardo è fatta di numeri, luci intermittenti, promesse di riscatto e un isolamento che scava voragini profonde.  Presso la cooperativa Il Delfino, ho il privilegio di operare all’interno di un servizio dedicato, dove la scommessa più grande non è quella sul panno verde, ma quella sulla rinascita della persona. La prima cosa che ho imparato lavorando con gli utenti è che nessuno "sceglie" di diventare un ludopatico. Spesso, l'incontro con il gioco avviene in un momento di vulnerabilità: un periodo di stress finanziario, un senso di vuoto esistenziale o il bisogno di una scarica di adrenalina per sentirsi vivi. L’utente che arriva al GAP è spesso una persona "frantumata" e porta con sé un peso enorme fatto di: Vergogna: Il senso di colpa per aver mentito alla famiglia e aver dilapidato risparmi di una vita. Pensiero Magico: Quella convinzione irrazionale che "la prossima volta sarà quella buona", che esista un sistema per battere il caso. Isolamento, la sensazione che nessuno possa capire la pulsione incontrollabile che lo spinge verso una slot o un sito di scommesse. Il lavoro di sostegno psicologico nel GAP è complesso. A differenza delle droghe, il gioco è socialmente accettato, pubblicizzato e facilmente accessibile (basta uno smartphone in tasca). La sfida principale è decostruire le bugie. Non solo quelle dette agli altri, ma soprattutto quelle che il paziente dice a sé stesso. In terapia, lavoriamo per identificare i "trigger" (gli inneschi) emotivi.  Molti scoprono che non giocano per i soldi, ma per "spegnere il cervello", per fuggire da un'ansia che non sanno gestire diversamente.

Uno degli aspetti più preziosi di questa esperienza è lavorare con una équipe straordinaria. Nel trattamento delle dipendenze comportamentali, l’isolamento è il primo nemico da abbattere, non solo per il paziente ma anche per l’operatore. Il nostro approccio multidisciplinare ha permesso di guardare al problema da ogni angolazione: clinica: per elaborare il trauma e il vuoto emotivo; sociale, per ricostruire i legami spezzati; educativa, per riprendere la gestione del quotidiano.

Lavorare in sinergia con colleghi appassionati trasforma la fatica della gestione di casi complessi in una costante opportunità di crescita e confronto. Tuttavia, la lotta all’azzardo, non si esaurisce tra le mura del nostro ambulatorio. Partecipare a eventi come “Cosenza Città in Salute” è stato fondamentale. Portare la nostra testimonianza in piazza ha significato fare prevenzione primaria, scardinando l’idea che il gioco sia solo "un vizio" e mostrandolo per ciò che è: una patologia che richiede cura e ascolto. Incontrare i cittadini ci ha permesso di intercettare precocemente il disagio e di far sentire meno sole le famiglie colpite. Parimenti utile e coinvolgente è l’attività di sensibilizzazione che tutti i componenti dell’équipe svolgiamo attraverso la condivisione dei contenuti della pagina Facebook dedicata al Servizio: “La salute non è un gioco”. Durante i gruppi di auto-aiuto, ho visto uomini riappropriarsi della propria voce, specchiandosi l’uno negli occhi dell’altro. È qui che il "segreto" smette di essere un peso insostenibile. Altrettanto cruciale è stato l’incontro con i familiari. Spesso sono loro le "vittime invisibili" del gioco d’azzardo, schiacciate da debiti e tradimenti della fiducia. Accoglierli significa fornire loro gli strumenti per smettere di essere "complici" involontari e diventare alleati consapevoli nel percorso di recupero.
A ridosso delle festività natalizie, un periodo tradizionalmente difficile per chi soffre di dipendenza, abbiamo organizzato un laboratorio di cucina “Il sapore dello stare insieme”. Può sembrare un’attività leggera, ma è stata terapia pura: manipolazione e presenza: impastare riporta al "qui e ora", contrastando l’astrazione del gioco. Condivisione, cucinare insieme ha ricreato quel senso di ritualità sana che l’azzardo distrugge. Gratificazione immediata, vedere e assaggiare il frutto del proprio lavoro restituisce un senso di efficacia che nessuna vincita aleatoria potrà mai dare.

Lavorare con il GAP mi mette costantemente a confronto con la fragilità umana, ma anche con una resilienza straordinaria. Mi ha insegnato che dietro ogni giocatore c’è una storia interrotta che aspetta solo di essere ripresa Ogni volta che un paziente riesce a passare davanti a una ricevitoria senza entrare, è una vittoria anche dell’équipe nella quale mi onoro di operare. 

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